CONTINUA "L'IMPERO DELLA LUCE"

Scritto da Manlio Gaddi (2012)

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Qualitativamente e concettualmente alto il lavoro di Licia Bertin, adottando uno stile prossimo (ed a volte sconfinante) con il trompe-l’oeil mette in scena una spazialità assai arbitraria e fuorviante: non scene e situazioni, ma visioni luminose in cui viene esibito il contatto esistente tra cose e parole, tra situazioni e convenzioni. Apparizioni metafisiche di giochi concettuali tra ciò che viene mostrato nell’opera e ciò che al contrario l’immagine esibita usualmente significa nel contesto della vita quotidiana.

Resta sempre a chi guarda il compito di interpretare, sulla base delle sue personali esperienze, conoscenze, sensazioni, il contenuto delle opere.
Anche la gestione dello spazio, in un’epoca come la nostra dove le distanze ed i tempi vengono annullate dall’uso delle tecnologie, viene attuata da Licia Bertin in accordo con l’origine precedentemente vista per i suoi soggetti, e contrariamente alla visione di Luciano Galliani per cui “lo spazio è il supporto materiale delle pratiche sociali di condivisione del tempo” in Licia Bertin spazio e tempo sono variabili indipendenti l’una dall’altra. Concetti questi ripresi nell’opera Passaggio del 2005.

A partire dalla teoria della relatività di Einstein, tempo e spazio non sono più considerati fattori assoluti ma relativi al rapporto tra osservatore e osservato e alla loro velocità reciproca. Anche la fisica moderna afferma, in modo diverso, che spazio e tempo non sono assoluti ma relativi, ed anche relativi allo stato di coscienza in cui ci si trova.

Le opere di Licia Bertin ci permettono di vivere contemporaneamente in almeno due dimensioni: una governata dalle leggi della fisica classica e una in cui spazio e tempo non esistono più. Esiste solo l’”istante presente” dove il tempo non è determinante. La mente umana crea e regola il concetto di tempo a suo piacimento, a suo uso e consumo (come è sempre breve il tempo trascorso con sulle ginocchia la persona amata, e quanto è sempre lungo il tempo trascorso seduti su un cavalletto da tortura).

Licia Bertin ci offre nel quadro La soluzione del 2009 la chiave di lettura di questa situazione, e forse proprio anche la soluzione ricercata per risolvere il problema, quale esso sia.Forse è solo nel presente che ritroviamo una risposta pacificante a tutte le nostre domande più complesse e alla umana necessità di dare un senso a tutto ciò che ci circonda. Il tempo futuro non sta davanti a noi, né il tempo passato sta dietro di noi (vedi l’opera Dentro di noi il silenzio a pag. 33). La nostra vita, le nostre esperienze sono regolate dall’”idea del tempo”, non dal tempo. Come del resto avviene per tutte le speculazioni religiose che sono fondate sull’idea di Dio e sulla Sua parola, non sull’esistenza comprovata di Dio.

D’altra parte siamo anche richiamati ad una maggiore vigilanza con l’opera Insidia del 2010 (vedi l’opera a pag. 17), e bisogna richiamare l’attenzione stessa non solo sulla nota tela di ragno, ma anche su altre piccole insidie nascoste nell’opera stessa.

L’idea del tempo è spesso presente nell’opera di Licia Bertin, soprattutto in termini di assenza, di lontananza, come in Il ritorno del 2010 ed in generale nelle opere dedicate al Viaggio (vedi a pagg. 34 - 35).

Curiosando fra le opere vengono in mente le parole di René Magritte con le quali descrive il suo lavoro: “La mia maniera di dipingere è assolutamente banale e accademica. Importante nella mia pittura è ciò che essa mostra” ed è proprio quello che si può leggere sulle tele, sempre con la nostra interpretazione, che è importante. In questo modo scopriamo anche un’opera dalla forte carica erotica, ispirata nel titolo alla famosa opera di Gustave Courbet dipinta nel 1866 e rimasta per lungo tempo preclusa allo sguardo del pubblico “L’origine del mondo”. Ma come sempre l’erotismo non è nel soggetto esibito ma nella testa di chi guarda.

Quella di Licia Bertin è una critica radicale alla razionalità cosciente, e la ricerca della liberazione delle nostre potenzialità immaginative per il raggiungimento di uno stato conoscitivo che esiste “oltre” la realtà (sur-realtà) in cui veglia e sogno sono entrambe presenti e si conciliano in modo armonico e profondo. L’opera di Licia Bertin, è certamente fra le più “oniriche”, proprio perché dà accesso a ciò che sta oltre il visibile. Inoltre essa comprende immagini nitide e reali ma accostandole tra di loro senza alcun nesso logico.

Su queste brevi considerazioni circa la complessità dell’opera di Licia Bertin, mi permetto di aggiungere che questi sono lavori complessi nel loro dispiegarsi, portano alla meditazione, all’individuazione dello stato di coscienza. Quella che permette di aspirare, e solo in parte a vivere, in una dimensione altra della coscienza collettiva, tra cultura e consapevolezza, in cui spazio e tempo ragionevolmente non esistono.

In conclusione relativamente al problema del tempo ed alla sua consunzione, spesso presente direttamente o indirettamente nell’opera di Licia Bertin, una definizione di Richard P. Feynman: “Il tempo è ciò che accade quando non accade nient’altro”.

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CONTINUA "LICIA BERTIN"

Scritto da Marino Massarotti (2009)

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Era questa una pittura magica o fantastica, onirica o evocativa ma pur sempre classificabile come "reale".

Ma ora la Bertin sta puntando, come accennavo, ad altri traguardi ancora più ambiziosi e questo sia detto senza sminuire ovviamente la sua produzione precedente: le opere recenti sono infatti di chiara impronta "surrealista" e cioé rappresentano a mio giudizio una vera e propria "pittura d’azione” (André Breton, 1924 e 1929), punto centrale della teoria surrealista vale a dire una pittura che vive sul rapporto tra inconscio e gesto creativo. Ecco quindi scaturire un altro concetto chiave, quello de "l’automatismo psichico" che corrisponde allo stato del sogno dilatando ulteriormente il tempo e lo spazio. Siamo quindi di fronte a una sintesi "surreale" di aspetti e oggetti della vita di tutti i giorni; al prevalere de “l'inconscio creatore" su qualsiasi altra considerazione volontariamente estetica sia nella forma che nel contenuto. La realtà tende a sfumare e spesso non é più riconoscibile. Anche se é sempre estremamente difficile una predizione in un artista di questo calibro che nutre in primo luogo l’esigenza di esprimere se stesso, potremmo azzardare un’ipotesi, secondo quanto é già avvenuto nella Storia della Pittura. Alcuni dei pittori surrealisti (primo fra tutti Kandinsky!) colsero le grandi possibilità consequenziali del surrealismo e "l’automatismo psichico" creò la pittura che noi con un termine semplicistico chiamiamo “astratta”. Sarà in futuro Licia Bertin un' esploratrice di questa possibilità?

Una cosa é certa. Se é vero, come ha scritto Rudolf Arnheim, che anche il fruitore dell’opera d’arte compie con la visione un atto creativo, allora a me pare che Licia Bertin costringa tutti noi a uno sforzo di comprensione destinato ad arricchire la nostra personalità interiore.

Di questo noi la ringraziamo.

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